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Salvezza
attraverso l'Esperienza della Morte
Celestino CAVAGNA
1) Prefazione
La Salvezza
・lo scopo principale di ogni religione, ma il significato di questa parola
・vasto, e non sempre ・usato nello stesso modo. Le persone ordinarie spesso
pensano alla salvezza come felicit・ come vita fortunata e ricca; o qualche
volta come guarire da malattia fisica o psicologica. Anche questa
・salvezza, ma non ・tutto. La religione insegna un livello pi・alto di
salvezza, insegna come avvicinarsi all'origine della vita dell'universo,
alla purezza perfetta dell'amore. Questo nel Cristianesimo ・divenire uno
con Cristo, con Dio il Padre, con lo Spirito Santo, ・ comunione con la
Santa Trinit・ Nel Buddismo questo ・comprendere la Realt・Ultima, come
vuoto, come libert・da ogni inganno e attaccamento, come saggezza suprema e
perfezione.
La salvezza ha di sua necessit・una via di sforzo positivo, di fare qualche
cosa, di perfezionare se stessi; ma ha anche una via negativa di lasciar
andare tutto, di rinunciare a tutto, di morire, cos・che la Vera Realt・pu・
splendere in tutta la sua luce, non oscurata dal ragionamento e dalle
illusioni umane.
Vorrei qui esaminare delle vedute buddiste e cristiane di questo secondo
aspetto della salvezza.
Nel Buddismo come nell'esperienza cristiana, la salvezza ・ vista come la
Vera Vita che pu・essere raggiunta solamente attraverso l'esperienza della
Morte.
Ho avuto l'opportunit・di studiare il Buddismo Zen giapponese
all'universit・Komazawa di Tokyo, e praticare la meditazione Zen sotto la
guida di un maestro cristiano, il Gesuita Padre Enomiya Lassalle, e del
maestro buddista laico Yamada Ko-un.
Come mi fu insegnato, lo scopo della meditazione Zen ・di rinunciare a s・e
a tutti i pensieri discriminanti Ego-centrati e vivere in semplicit・ la
Vera Vita.
Fra i cristiani ho scelto San Giovanni della Croce, perch・ nel suo modo di
vivere e nel suo insegnamento lui accentu・l'importanza di morire a se
stessi con Cristo, fino a scegliere la Croce per il proprio nome.
Nell'esperienza cristiana la salvezza ・vista come Morte e Risurrezione.
Noi dobbiamo morire a noi stessi con Cristo e rinascere con Lui alla Vita
Nuova. Ges・vuole che noi moriamo con Lui:
"Chi non prende la sua croce e non mi segue, non e' degno di me. Chi
avr・trovato la sua vita, la perder・ e chi avr・perduto la sua vita per
causa mia, la trover・quot;. (Mt 10:38, 16:25-26; Mc 8:35-36; Lc 9:24,
17:33; Gv 12:25)
"In verit・ in verit・vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non
muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto." (Gv 12:24)
San Paolo che per grazia di un'esperienza mistica ha potuto essere uno con
Cristo, anche lui enfatizza l'idea di morire con Cristo ed essere uno con
lui nella risurrezione. E per lui questo voleva dire una vita corretta,
libera da peccati e passioni.
"Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme con lui nella
morte, perch・come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria
del Padre, cos・anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti
siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo
saremo anche con la sua risurrezione." (Rm, 6:4-5)
"Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui". (Rm
6:8)
"Non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma
offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra
come strumenti di giustizia per Dio.". (Rm 6:13). "Infatti chi ・ morto,
・ormai libero dal peccato." (Rm 6:7)
Questa idea di morire con Cristo qualche volta volle dire anche il vero
sacrificio della propria vita. Nei primi tre secoli della storia della
Chiesa i martiri erano felici di accettare la morte ed essere per sempre
in Cielo con Cristo. In tempi di durezze e di persecuzioni la morte fisica
era a volte inevitabile, e sacrificare la propria vita per Cristo era
visto come salvezza certa.
Dopo che le persecuzioni furono finite, il monachesimo cominci・come un
modo di rinunciare alla propria vita e vivere in povert・e preghiera per
essere una cosa sola con la morte e la risurrezione di Cristo.
Molti santi da allora hanno vissuto e insegnato agli altri questa
esperienza spirituale della Morte.
2) La Grande Morte nel
Buddismo
Pensando la salvezza, il Buddismo d・grande importanza alla via negativa,
all'accettazione della sofferenza e della morte, allo sperimentare la
morte in modo spirituale. C'・in qualche modo una visione comune di vita,
dove pensare alla morte con tutto il cuore e l'anima ・il modo per condurre
una vita positiva ed entusiasta.
Gautama Buddha fece della sofferenza, della morte e della liberazione da
esse il centro del suo insegnamento.
Possiamo vedere delle espressioni dalle "Suttanipata" (Parole di
Illuminazione), una delle pi・vecchie scritture buddiste Pali che si dice
contengano alcune delle parole del Buddha stesso:
"Quelli che sono nati non hanno modo per evitare la morte; tu arrivi alla
vecchiaia e poi muori. Realmente questo ・il destino di quelli che sono
nati." (575)
"Come gli oggetti di terracotta fatti dall'artigiano alla fine si
distruggono, cos・・per la vita umana." (577)
"Sono presi dalla morte e vanno all'altro mondo, e neanche il padre
pu・salvare il figlio, n・i parenti possono salvare i loro parenti." (579)
"Cos・le persone di questo mondo si perdono per la vecchiaia e la morte;
gli uomini saggi capiscono cos・la realt・di questo mondo e non si
rattristano." (581)
"Uno che ・impigliato nelle illusioni e ha perso se stesso, se nel piangere
e rattristarsi trova qualche utilit・ gli uomini saggi facciano pure lo
stesso." (583)
"Ma nel pianto e nella tristezza non pu・avere la pace del cuore; l'unico
risultato ・nuova sofferenza e il suo corpo diviene macilento ed esausto."
(584)
Dai tempi antichi la meditazione sulla morte (Nenshi) fu usata come un
addestramento per essere liberi dalla paura della morte e dalla
concupiscenza, che causa attaccamento alle cose ed impedisce la
comprensione della verit・ Pensare che la morte ・qualcosa di inevitabile,
abituarsi all'idea che uno deve morire, immaginare la propria morte o
persone morte di fronte ai propri occhi.
Nel 21mo capitolo del "Dai-chidoron" di Nagarjuna
(Mahaprajnaparamita-padesa) sono descritti pi・in dettaglio i nove tipi di
meditazione sui cadaveri come un modo liberarsi dall'attaccamento al corpo
umano. C'・prima la percezione di un cadavere gonfio; un cadavere che
cambia colore; un cadavere che si deteriora; sangue sul terreno fuoruscito
da un cadavere; un cadavere coperto di pus; un cadavere lacerato da
uccelli selvatici e animali; i lembi sparsi di un cadavere; percezione di
ossa essiccate e bianche e infine percezione di ossa ridotte in ceneri.
“Nenshi” (meditazione sulla morte) fu usata moltissimo come metodo di
addestramento nella setta Zen in Cina e Giappone. In Giappone
specialmente, i guerrieri che spesso erano in situazione di affrontare la
morte, connetterono in un certo modo l'addestramento Zen con la
libert・dalla paura della morte.
Ma c'・nel Buddismo anche una via positiva, una ricerca della salvezza che
sta nel migliorare se stessi, praticando con tutta la forza l'ascesi
religiosa severa in diversi stadi, verso lo stato di perfezione. Il
Buddismo classico Tendai insegna che ci sono 52 tappe verso la perfetta
Buddhit・ come viene spiegato nello Yo-raku-kyo, un sutra Mahayana. Uno che
fa voto di realizzare la perfezione ・chiamato Bodhisattva, e la sua ascesi
va da 10 stadi di fede (jusshin) a 10 stadi di sicurezza (ju-ju), 10 stadi
di pratica (ju-gyo), dieci stadi di devozione (ju-eko), 10 stadi di
sviluppo (ju-ji); poi uno stadio di quasi Buddhit・(to-gaku), e finalmente
la Buddhit・ perfetta (myo-gaku).
Uno deve cominciare con una fede forte nella perfezione e una volont・forte
per realizzarla. Poi deve tenere fissa la sua mente nella sicurezza della
verit・e riposare in essa con la meditazione. Questa concentrazione pacata
sul vuoto della realt・conduce a stadi pi・alti di comprensione. Evitare i
concetti sbagliati, l'ignoranza, l'attaccamento alle idee; sopportare
tutte le difficolt・senza scontrarsi contro gli altri, aiutare tutti gli
esseri viventi e fare il massimo sforzo per condurli alla salvezza: questi
sono i primi stadi della pratica ascetica. I seguenti dieci stadi della
devozione significano qui che il Bodhisattva non tiene per s・tutti i
meriti che accumula con la meditazione e l'ascesi, ma per amore verso
tutti gli esseri viventi, d・via questi meriti in molti modi a quelli che
ne hanno bisogno. In questo modo raggiunge uno stato di felicit・ purezza,
compassione e luminosit・ Diventa immutabile, vince le difficolt・ ・presente
dovunque e ha profonda saggezza. Lo stadio di quasi Buddhit・(to-gaku) ・uno
delle 52 tappe per ottenere e portare a perfezione la Buddhit・ Pensando
questo processo nella dimensione del tempo, esso pu・durare un numero
inimmaginabile di kalpa, (periodi estremamente lunghi, detti anche eoni).
In questo processo come insegna il Buddismo Mahayana, i Bodhisattva
rinunciano volontariamente a completare la propria perfezione per aiutare
gli altri esseri viventi e condurli tutti alla salvezza.
L'ultima tappa "Myo-gaku", ・la Buddhit・ perfetta, dove il Bodhisattva ha
sradicato completamente tutti gli inganni, ha acquisito la saggezza
pi・perfetta e sperimentato l'illuminazione suprema senza limite.
Nel Buddismo Zen i maestri spesso parlano della "Grande Morte" (Dai-shi).
Questo va oltre la pratica per raggiungere la perfezione. Si tratta di
gettarsi in uno stato di morte spirituale, e si ha in cambio la
pi・completa libert・di azione. "La Grande Morte innanzi tutto, e la Grande
Vita apparir・" "Grande Morte, Grande Vita: alla fine vi ・risurrezione."
Gettare via tutto il pensiero discriminante che noi di solito abbiamo,
vuotare completamente la propria mente e dedicarsi alla pratica religiosa.
Da qui comincer・la vera vita nuova .
Come il maestro Dogen disse nella sua opera maggiore, lo Shobo-Genzo:
"Con questa forza egli d・vita ai quattro elementi: terra, acqua, fuoco e
aria, e costringe la mente, la coscienza e la saggezza a morire la loro
morte assoluta" (Dogen, Shobo-Genzo, Gabyo no maki)
Costringere la mente, la coscienza e la saggezza a morire la loro morte
assoluta ・il rifiuto completo di s・ ・praticare la meditazione, lavorare,
mangiare il riso, bere il t・ dormire con naturalezza completa, senza
disturbare la vita col pensiero e il giudizio discriminante, senza
pensieri Ego-centrati. Questa vita semplice e naturale che noi possiamo
vedere nelle note dei maestri Zen ・la pienezza di vita in tutto ci・che uno
fa, ・dare vita ai quattro elementi.
Prendendo un esempio dal Mumonkan (La barriera senza ingresso), una
raccolta di aneddoti dei maestri Zen cinesi compilata da Mumon Ekai nel
1229, questa Grande Morte ・come spiccare un salto in avanti dalla cima di
un palo.
Il maestro Sekiso disse, "Come fai tu a spiccare un salto in avanti dalla
cima di un palo di trenta metri"? Un altro eminente maestro antico disse,
"anche se uno che sta seduto sulla cima di un palo di trenta metri ha
ottenuto l'illuminazione, questo non ・ancora vero. Dalla cima del palo
deve fare un salto in avanti e deve manifestare il suo corpo intero a
tutto il mondo nelle dieci direzioni." (Mumonkan, caso 46)
Sedere sulla cima di un palo di trenta metri ・lo stadio di perfezione
acquisito da una lunga pratica e da un addestramento religioso severo, ・il
livello pi・alto a cui uno pu・arrivare. Ma qui noi possiamo vedere la
caratteristica dello Zen. Questa cima del palo ・ascesi per se stessa, ・la
salvezza che uno pensa di avere, ma non ・reale.
Uno deve abbandonare la sicurezza a cui ・arrivato col suo lungo
addestramento, deve sfidare l'ignoto, deve saltare con coraggio
nell'incertezza. Uno deve morire, il suo Ego deve rompersi a pezzi e
polverizzarsi cosparso per tutto l'universo, dove innumerevoli esseri
viventi stanno aspettando il suo aiuto per essere liberati dalle
illusioni.
Colui che ha avuto questa esperienza ・chiamato "Daishitei-no-hito", l'Uomo
della Grande Morte; colui che attraverso la pratica di eliminare il
pensiero discriminante ・completamente morto a se stesso, colui che dalla
Grande Morte ha ottenuto una vita nuova; colui che ・libero da visioni,
voci udite, comprensioni e conoscenza; colui che ・libero da ogni coscienza
discriminante, un uomo completamente illuminato.
C'・un caso interessante nello Hekiganroku (La raccolta di detti della
Roccia Azzurra), un altra raccolta compilata nel 1300 dai maestri Setcho
Juken e Engo Kokugon. ネ chiamato "Jo-shu e la Grande Morte", e ci aiuta a
capire in che cosa consiste l'esperienza dello Zen.
Soggetto principale: Jo-shu chiese To-su, "Cosa ne pensi se un uomo della
Grande Morte torna di nuovo in vita?" To-su rispose, "Tu non dovresti
andare in giro di notte; torna da me alla luce del giorno."
Verso di Setcho: "Sempre a occhi aperti in vita, per・lui era come se fosse
morto; A cosa serve provare il maestro con qualche cosa di tab・"
Anche il Buddha disse che lui stesso non era ancora arrivato l・
Chi sa quando ・il momento di gettare ceneri negli occhi dell'altro ?
(Hekiganroku, caso 41)
Questo dialogo tra due grandi maestri Zen cinesi, Jo-shu Ju-shin (778-897;
discepolo di Nansen), e To-su Daido (819-914 discepolo di Suibi Mugaku), a
una prima lettura pu・essere difficile da capire, ma mostra la Realt・dal
punto di vista profondo dei due maestri.
Questo spesso ・chiamato "la battaglia del Dharma". Si chiede e si risponde
sempre circa l'essenza della realt・ ci si esamina l'un l'altro sulla
comprensione della Verit・ Qualche volta era tra il maestro e i suoi
discepoli, qualche volta tra maestri stessi, e spesso fu fatta di fronte a
molte persone. Non interessa se uno ・vecchio o giovane, esperto o no,
avere una vasta cultura o no, ・ soltanto questione di manifestare la
chiarezza del proprio occhio, la profondit・della propria illuminazione.
Era anche normale, dopo che uno era stato addestrato da un buono maestro,
andare in giro visitando altri maestri per controllare il proprio grado di
illuminazione, prima di cominciare a guidare altri.
Si dice di Jo-shu che entr・nella vita monastica da bambino e pratic・sempre
con impegno, ma fu illuminato solamente dopo circa 60 anni di pratica,
sotto il maestro Nansen. Dopo che Nansen mor・lui and・in giro per visitare
alcuni maestri e incontr・in questo periodo To-su Daido. Si stabil・poi sul
Monte Jo-shu quando aveva circa 80 anni e istru・molti discepoli nella Via
per circa 40 anni. Si dice che sia morto a 120 anni. To-su Daido era un
maestro molto giovane; quando Jo-shu venne da lui, aveva soltanto 30 anni,
ma gi・era responsabile del Monte To-su, e nel confronto con Jo-shu mostra
la sua grandezza.
Nel dialogo, Jo-shu parla di un uomo che ha sperimentato la Grande Morte,
uno che ha provato l'inesistenza assoluta, che con la meditazione ha
fermato il pensare ingannevole della coscienza ordinaria, il cui occhio
・illuminato e la cui mente ・purificata. Come cambia la sua vita dopo
questa esperienza? Egli ritorna in vita, alla vita ordinaria di ogni
giorno, al suo lavoro e al suo pensiero normale, all'incontro con altre
persone. Come viene influenzato dall'esperienza dell'illuminazione?
To-su risponde bruscamente, non andare in giro di notte come un ladro che
vuol rubare qualche cosa, non c'・nulla da prendere dalla cosiddetta
"esperienza di satori." Non voglio parlare circa questa buia esperienza
mistica, dimenticalo. Vieni da me durante il giorno, guarda alla vita
quotidiana, questo ・il vero mondo; questa ・la Vera Vita.
Certamente la morte spirituale ・assolutamente necessaria per capire la
Realt・ ma uno deve dimenticare questa esperienza. Se c'・anche solo un
piccolo attaccamento ad essa, non ・reale, ・di nuovo l'Ego che prova
piacere nel suo conseguimento spirituale.
Setcho, commentando questo dialogo aggiunge: Jo-shu era illuminato ed era
come morto a se stesso; che bisogno c'era di esaminare il maestro To-su
con una domanda che sapeva non avrebbe dovuto chiedere? La Grande Morte
・un morire interminabile; Nemmeno gli antichi Buddha e i grandi maestri
possono mettere un limite ad essa. Non c'・una cosa come "sono arrivato a
perfezione." Ma questo gettarsi cenere negli occhi l'un l'altro provoca a
morire di pi・ a morire interminabilmente. Questa ・la spada del maestro che
uccide e che d・la vita.
Il maestro Dogen (1200-1253), il grande maestro giapponese del periodo di
Kamakura che port・dalla Cina il metodo di meditazione Zen nella forma
della scuola So-to, chiama quest’esperienza: "Shinjin-datsuraku", Corpo e
mente caduti via. Corpo e mente, cuore e anima completamente dimenticati e
liberi da ogni restrizione e attaccamento.
Quando era giovane non era soddisfatto del Buddismo classico che studi・al
Monte Hiei a Kyoto. Egli aveva trovato una discrepanza tra l'ideale della
pratica ascetica e il migliorare se stesso verso la Buddhit・perfetta, e il
pensiero "Hongaku" portato in Giappone da Saicho, secondo cui ogni essere
vivente ha in se stesso la natura del Buddha, e il "satori" ・innato in
ogni persona.
ネ detto nelle "Note dei Tre Grandi Venerabili", una raccolta di scritti
della scuola So-to che narra la storia di Dogen, Ejo e Ghikai, i primi tre
abati del monastero d’Eiheiji:
Studiando l'essenza dei maestri e il vasto insegnamento del Buddismo, ho
potuto imparare che la propria natura ・la stessa cosa della verit・
originale e assoluta. In questo anche il Buddismo classico e la scuola
esoterica sono d'accordo. Ma qui sorge un grande dubbio: perch・mai i
Buddha e i maestri di tutti i tempi hanno bisogno di diventare monaci e
dedicarsi ad una pratica religiosa severa?
Se l'uomo ・un Buddha dalla sua nascita, perch・non pu・ vivere secondo la
mente di Buddha, perch・non vede la luce della verit・ perch・・ impigliato in
molti inganni e si rende cieco e soffre?
Per capire meglio la natura dell'uomo, la verit・e il modo di ottenere la
liberazione dagli inganni Dogen and・in Cina alla ricerca di un buon
maestro, e dopo aver visitato molti luoghi finalmente incontr・il maestro
Nyojo, il maestro giusto.
Da lui impar・il "corpo e mente caduti via."
Una volta stava meditando nella sala e il monaco vicino a lui, che era
stanco, si era addormentato. Da dietro il maestro Nyojo grid・ "Questo ・il
tempo per dedicarti completamente alla meditazione, come se il corpo e la
mente fossero caduti via, e perch・tu dormi"?. Dogen si ricorda di avere
avuto in quel momento una profonda comprensione e quando pi・tardi and・a
incontrare il maestro, dopo aver bruciato l'incenso di fronte a lui come
saluto, il maestro gli disse: "Che cos'・questo bruciare l'incenso?". Dogen
rispose: "Eccomi qui, il corpo e la mente sono caduti via." Il maestro di
nuovo: "Veramente corpo e mente sono caduti via. "Cader via", questo ・il
corpo e la mente", e approv・ l'illuminazione di Dogen. Il corpo e la mente
di Dogen ora erano liberi da qualsiasi attaccamento, egli aveva compreso
che non c'era nulla da trovare o da ottenere. Lo stesso sedere in
meditazione era una manifestazione dell'illuminazione; la posa corretta,
la mente quieta e libera da pensieri e preoccupazioni sono esse stesse lo
splendore della natura di Buddha che uno ha in s・dalla sua nascita.
Questo ・un insegnamento tipico di Dogen: la pratica religiosa e
l'illuminazione sono una cosa sola. Uno non pratica meditazione per
arrivare a qualche cosa, a qualche livello pi・alto di coscienza, ma la
pratica come spinto da dentro dalla sua Natura Essenziale, questo
・"satori", questo ・capire la realt・
Dall'altra parte la meditazione e la pratica nella vita d’ogni giorno
ampliano e approfondiscono la propria comprensione della realt・
Il centro dell'insegnamento di Dogen ・ solamente sedere in meditazione
(Shikantaza). Non pensare a nessuna cosa, non volere assolutamente nulla,
nemmeno l'illuminazione, non guastare la bellezza della realt・con
attaccamento ad esperienze mistiche. La meditazione si compie da sola, la
Grande Vita si sta mostrando, il Buddha Eterno sta meditando. E lo stesso
・per la vita d’ogni giorno. Camminare, sedere, dormire, mangiare, bere,
lavorare, leggere, pregare, parlare con altre persone, aiutare gli altri,
tutto questo non ・opera propria, questo ・la Realt・al lavoro, non c'・posto
per nessun Ego. Tutto ci・che accade in noi o intorno a noi ・soltanto "Il
gioco della Grande Inesistenza."
3) L'Esempio Di San
Giovanni della Croce
San Giovanni della Croce, il grande mistico spagnolo del XVI secolo, aveva
come caratteristica della sua vita e del suo insegnamento un rifiuto
completo di se stesso, l'accettazione della povert・ sofferenza e
umiliazione come un'imitazione della croce di Cristo. Lui guid・molte
persone religiose, insegnando loro a morire al vecchio uomo cos・che uno
pu・essere fatto rinascere da Dio in modo soprannaturale.
Una delle sue parole favorite era "nada", nulla e in qualche modo ha delle
somiglianze col Buddismo Zen. Nel disegno del Monte Carmelo, quando lui
scrive nel centro:
"Il percorso del Monte Carmelo, lo spirito perfetto: nulla nulla nulla
nulla nulla nulla, e anche sul Monte nulla", le sue parole assomigliano a
quelle di un maestro Zen.
Lui diede ai molti frati, monache e laici che chiesero la sua guida
spirituale, consigli concreti sul come morire a s・stesso, ai peccati, alle
passioni ed enfatizz・l'importanza di un completo rifiuto di se stesso per
arrivare all'unione con Dio, la felicit・suprema dell'anima. Questo rifiuto
completo ・"La Morte" come un addestramento che dura tutta la vita, per
ottenere la liberazione dall'Ego. L'Unione con Dio, sebbene pu・essere
un'esperienza mistica e provvisoria, ・la coscienza profonda che trasforma
la vita di uno, che gli fa accettare tutto con gioia, anche le sofferenze
pi・amare e rende uno capace d’amare e volere bene a tutte le persone.
Nei suoi scritti, specialmente "L'Ascesa del Monte Carmelo" e "La Notte
Scura" paragona il viaggio spirituale verso l'unione con Dio ad una notte
scura che l'anima deve passare.
La prima parte di questa notte ・la purificazione dai desideri che sono un
peso per l'anima nel viaggio spirituale. La seconda parte ・una
purificazione della tre facolt・dell'anima: intelletto, memoria e volont・
L'Intelletto ・purificato cos・che l'anima possa essere perfetta nella
virt・della fede; la memoria ・purificata cos・che l'anima possa essere
perfetta nella virt・della speranza, e la volont・・purificata cos・che possa
essere perfetta nella virt・della carit・
Nel primo libro della "Ascesa" circa la necessit・di mortificare i desideri
egli parla del danno che essi fanno all'anima, come essi tormentano
l'uomo, lo oscurano, lo accecano e lo corrompono, indeboliscono l'anima e
la rendono tiepida nella pratica della virt・ Cos・bisogna liberarsi da
tutti i desideri, anche i pi・piccoli per raggiungere l'unione con Dio.
Nel tredicesimo capitolo del primo libro da' alcuni consigli pratici sul
come entrare "nella notte dei sensi", e purificare i desideri.
Le massime seguenti contengono un rimedio completo per mortificare e
pacificare le passioni. Se messe in pratica, queste massime daranno meriti
abbondanti e grandi virt・
Sforzati di essere sempre inclinato:
non al pi・facile, ma al pi・difficile;
non al pi・delizioso, ma al pi・aspro;
non al pi・gratificante, ma al meno piacevole;
non a ci・che vuol dire riposo per te, ma al lavoro duro;
non a ci・che consola, ma a quanto non consola;
non al massimo, ma al minimo;
non al pi・alto e prezioso, ma all'infimo e al pi・ disprezzato;
non a volere qualche cosa, ma a volere nulla;
non andare in giro cercando il meglio delle cose temporali, ma il peggio;
e desidera di entrare per Cristo nella nudit・completa, nel vuoto, e nella
povert・in ogni cosa del mondo.
Tu dovresti abbracciare sinceramente queste pratiche e tentare di superare
la ripugnanza della tua volont・verso di esse. Se le mettessi sinceramente
in pratica con ordine e discrezione, scopriresti in loro grande delizia e
consolazione.
(L'Ascesa del Monte Carmelo, 1, 13 5-7)
Questo modo di pensare di San Giovanni della Croce fu influenzato
grandemente dalla propria vita. Egli fu molto povero nella sua infanzia ed
ebbe una vita di privazioni. Come frate divenne famoso per la sua
intimit・con Dio, la su profonda intuizione e l'abilit・di guidare persone;
ma pat・la gelosia da parte di altri frati. Quando insieme con Madre Teresa
di Ges・cominci・la riforma dell'ordine Carmelitano, incontr・molte
incomprensioni, e dovette soffrire persecuzioni e perfino
l'imprigionamento. Tutti queste fatiche normalmente indurirebbero il cuore
e farebbero s・ che uno si rivolti contro il mondo, ma Giovanni
accett・tutto come una prova da Dio, come un modo per purificare e
raffinare la propria anima. Attraverso l'esperienza della sofferenza e il
rifiuto di s・ egli pot・sperimentare una profonda intimit・col mistero di
Cristo, pot・provare grandi consolazioni spirituali, e fu ripieno di
comprensione e compassione per i sofferenti.
Suo padre veniva da una famiglia ricca di commercianti di seta di Toledo,
ma fu escluso e privato delle propriet・della famiglia perch・spos・
nonostante l'opposizione dei membri della famiglia, una donna di ceto
basso. Cos・scelse una vita di povert・e lavor・sodo con sua moglie. Giovanni
nacque nel 1542, ma subito dopo il padre mor・e la famiglia fu ridotta in
estrema povert・ La madre Catalina si vide rifiutare ogni aiuto che chiese
alla famiglia del marito, e dovette lavorare sodo per allevare i tre
bambini. A Giovanni fu fatto frequentare la Scuola del Catechismo,
un'istituzione che come un orfanotrofio si prendeva cura dei bambini dei
poveri, dando loro cibo, vestiti e istruzione elementare. Giovanni
cominci・anche lavorare molto giovane, e impar・molti mestieri attraverso
l'apprendistato da artigiani locali. Quando aveva 17 anni stava lavorando
in un ospedale, e gli fu permesso di frequentare il collegio dei Gesuiti a
Medina del Campo, dove pot・studiare grammatica, retorica, greco, latino e
religione, purch・continuasse il suo lavoro all'ospedale. In seguito
sent・un forte desiderio per la vita religiosa e a 20 anni entr・nell'ordine
Carmelitano, e fu ordinato prete a 24 anni.
Poco dopo incontr・Madre Teresa di Ges・che gli chiese di aiutarla nella
riforma dell'ordine Carmelitano che voleva intraprendere. Lo scopo era
portare al convento una maggiore vita contemplativa, pi・preghiera mentale,
pi・povert・ nel modo di abitare, di vestire, di mangiare e una maggiore
separazione dal mondo. Ai frati fu anche richiesto di andare a piedi nudi
e per questo essi furono chiamati "Carmelitani Scalzi". La riforma piacque
a molte persone giovani, e il gruppo aument・rapidamente in numero. Ma
molti nell'ordine si sentirono minacciati da questa riforma, e tentarono
ogni sforzo per fermarli. Con l'aiuto del Nunzio Del Papa l'ordine tent・di
sopprimere la riforma, e Giovanni stesso fu arrestato e tenuto prigioniero
per pi・di mezzo anno in un convento di Toledo. Quasi ogni giorno gli fu
chiesto di rinunciare alla riforma, ma egli non acconsent・ e la sua
ribellione fu punita con molestie e frustate, cos・dure che ci vollero anni
per guarire le ferite.
La riforma fu riconosciuta pi・tardi attraverso l'intervento del re Filippo
II nel 1580 e Giovanni ebbe alcuni anni di calma e di pace e pot・passare
il suo tempo in contemplazione e nel suo lavoro preferito: ascoltare le
confessioni e dare guida spirituale a monaci, monache, e persone laiche.
Ma verso il 1590, ebbe di nuovo guai, e stavolta all'interno della riforma
stessa. Fra' Giovanni contrast・l'opinione del Vicario generale dei
Carmelitani scalzi su delle questioni durante il capitolo, e l'anno
seguente non venne rieletto a nessun incarico nell'ordine riformato.
Questo incidente poteva ferire chiunque, specialmente chi spese cos・tanta
energia per il bene dell'ordine e soffr・tanto per esso, ma Fra' Giovanni
accett・questa situazione come un dono di Dio. Dio gli stava dando il
riposo di cui aveva bisogno; lasciato da parte e alleviato dalle
responsabilit・e dal lavoro, aveva pi・tempo per vivere in contemplazione
profonda.
L'anno dopo si ammal・e mor・a Dicembre dopo aver trascorso del tempo in un
convento a Ubeda, pressoch・dimenticato da tutti e soffrendo la molestia di
un confratello ostile che provava antipatia per Giovanni per la sua
reputazione di santit・ Scelse lui stesso quel luogo perch・nessuno sapesse
dov’era.
Le seguenti parole dal secondo libro dell' "Ascesa del Monte Carmelo"
rivelano come egli fermamente credette nella necessit・di negare se stesso
e prendere la croce sui passi di Ges・
Oh, chi pu・spiegare l'estensione del rifiuto di se stessi che il nostro
Signore desidera da noi! Questa negazione di s・deve essere simile a una
completa morte temporale, naturale e spirituale, ovvero, per riferimento
alla stima della volont・che ・la fonte ogni rifiuto.
Il nostro Salvatore si rifer・a questo quando dichiar・ Colui che desidera
salvare la propria vita la perder・(se qualcuno vuole possedere qualche
cosa, o lo cerca per se stesso, lo perder・; Perch・chi vorr・salvare la
propria vita, la perder・ ma chi perder・la propria vita per causa mia, la
trover・ [Mt.16:25; Lk.9:24]. La seconda affermazione significa: Colui che
rinuncia per Cristo a tutto quanto la sua volont・pu・ desiderare e
pu・godere, scegliendo quello che ha pi・somiglianza alla croce - che il
nostro Signore nel vangelo di San Giovanni chiama "odiare la propria vita
[Gv. 22:25] - costui la guadagner・
Sua Maest・nostro Signore insegn・questo ai due discepoli che vennero a
chiedergli di stare alla Sua destra e sinistra. Senza rispondere alla loro
richiesta di gloria, Egli offr・loro il calice che lui stesso stava per
bere, come qualcosa di pi・sicuro e pi・prezioso su questa terra che non il
godimento. [Mt. 20:22]
Questo calice simboleggia la morte a se stesso attraverso lo spogliamento
e l'annientamento. Come risultato di questa morte uno pu・ camminare lungo
la strada stretta nella parte sensibile della sua anima, come noi dicemmo,
e nella parte spirituale (nella sua comprensione, gioia e sentimenti)
(L'Ascesa del Monte Carmelo, II, 7 6.7)
Uno pu・chiedere che salvezza c'・nella povert・ nelle privazioni, nelle
incomprensioni, persecuzioni e sofferenze. Alcuni possono pensare alla
salvezza solo come una ricompensa nel mondo futuro, dopo un’intera vita di
sofferenza e perseveranza.
Ma noi possiamo vedere in San Giovanni che il rifiuto di s・ insieme con la
preghiera continua e la pratica della carit・trasform・la sua vita intera
nella vita pi・felice che uno potesse desiderare, e fu capace di dare
amore, pace e felicit・a ognuno.
Mi sembra di riconoscere innanzitutto la Vita Nuova di San Giovanni nel
carattere gioioso che sempre aveva. Egli aveva un dono speciale per
l'umorismo e nonostante come superiore fosse naturalmente serio, amava far
ridere le persone. I frati erano felici di averlo insieme a ricreazione.
Lui notava immediatamente persone tristi e depresse e cercava di alleviare
la loro tristezza con parole gentili. Come superiore usava sempre
gentilezza e carit・nel correggere le persone e mai us・ metodi aspri. Era
paziente con tutti; nel sacramento della penitenza per esempio, i
peccatori induriti, gli scrupolosi o altri che di solito i confessori non
gradiscono, cercavano lui, e lui non limit・i suoi sforzi per capirli e
dare loro pace.
Nel convento spesso chiedeva l'opinione degli altri frati circa molti
problemi che accadevano. Tutto questo creava intorno a lui un ambiente di
serenit・e di gioia.
Egli era sempre ripieno di fiducia e libero da ogni preoccupazione e
ansia. In tempi in cui il convento era molto povero, lui incoraggi・ ognuno
ad essere fiduciosi nell'aiuto di Dio, e ogni volta l'aiuto arriv・in modi
misteriosi. Quando perseguitato da altri religiosi dell'ordine, lui vide
in quello la mano di Dio, ed esort・altri a non essere turbati per i
persecutori, ma a ringraziare Dio per le prove che raffinano la propria
anima. In tale modo il suo atteggiamento aiut・a tenere sempre un'atmosfera
di calma e di pace nel convento .
Un altro aspetto della sua Vita Nuova fu come lui sempre si sent・in
unit・di spirito con tutte le persone, sentendo le loro necessit・ le loro
sofferenze e sempre li aiutava, ripieno di amore bruciante. La sua cura
pi・speciale era per i poveri. Lui stesso ebbe un'infanzia molto povera, e
in quei tempi di sfortuna e di bisogno materiale, spesso and・oltre la
direzione spirituale e diede soldi a diverse persone dai piccoli fondi del
convento, o qualche volta and・fuori a mendicare per aiutare dei poveri che
non potevano mendicare da soli.
Inoltre ebbe una preoccupazione speciale per gli ammalati. Il suo lavoro
nell'ospedale di Medina quand'era giovane, gli lasci・una profonda
compassione per gli ammalati. Spendeva lungo tempo vicino al letto dei
suoi frati, parlando e incoraggiandoli; o andava in cucina a preparare dei
pasti speciali per gli ammalati. Quando c'era bisogno di qualche medicina
costosa , andava in giro lui stesso a chiedere elemosine per comprarle.
Spesso anche condivideva il lavoro manuale che opprimeva i frati o le
monache dove lui andava per le confessioni. Costruire muri, fare
riparazioni, o anche intraprendere compiti umili come scopare o fregare i
pavimenti o pulire il giardino.
Amava moltissimo la natura, e qualche volta conduceva i suoi frati in
montagna per ricreazione, o passava lungo tempo pregando vicino al fiume o
meditando nella quiete di una caverna.
Meditava la Bibbia (il suo libro preferito) e la liturgia della Chiesa con
tale intensit・che il suo aspetto cambiava. Una volta durante la Settimana
Santa soffr・cos・intensamente per la Passione di Cristo che non poteva
lasciare il convento per ascoltare le confessioni delle monache. Una volta
a Natale prese la statua di Ges・Bambino nelle sue braccia e and・in giro
per il convento cantando e ballando con gioia.
Tutti questa gioia e il grande amore che sentiva verso tutte le persone,
derivava dalla sua unit・e intimit・con Dio. Durante la preghiera a volte
arrivava a estasi profonde e dimenticava tutto. C'・un racconto famoso come
una volta alla festa della Santa Trinit・mentre parlava con Madre Teresa di
Ges・circa il mistero della Trinit・ entrambi caddero improvvisamente in
estasi profonda e furono elevati in alto dalla forza dello Spirito. Madre
Teresa disse in seguito: "Uno non pu・parlare di Dio a Padre Giovanni della
Croce perch・lui subito va in estasi e causa lo stesso agli altri."
Fra' Giovanni stesso, parlando a proposito della Vita Nuova disse:
Spiritualmente parlando, ci sono due generi di vita:
Una ・beatifica, e consiste nella visione di Dio che si ottiene dopo la
morte naturale, come San Paolo dice: Sappiamo infatti che quando
verr・disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo
un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo,
nei cieli. [2 Cor. 5:1]
L'altra ・la perfetta vita spirituale, il possesso di Dio attraverso
l'unione di amore. Questa ・acquisita attraverso la mortificazione completa
di tutti i vizi e i desideri e della propria natura. Fino a che questo non
・ realizzato, uno non pu・arrivare alla perfezione della vita spirituale di
Unione con Dio; come l'Apostolo stesso dichiara in queste parole: "Se
vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito
voi fate morire le opere del corpo, vivrete." [Rom. 8:13] (la Viva Fiamma
dell'Amore, Stanza 2 n.32)
In questo modo, pi・che in ogni altro, la comprensione di salvezza come
morire a se stessi con Cristo e vivere la Vera Vita della Risurrezione, ・
particolarmente chiaro nella vita e insegnamento di San Giovanni della
Croce.
4) Pratica della
Meditazione Zen
Infine vorrei dire
qualche cosa circa la mia esperienza personale di meditazione Zen con
Padre Enomiya Lassalle e il Maestro Yamada Ko-un. Essi mi hanno insegnato
che l'esperienza della morte consiste nell'essere semplici, nel
dimenticare s・stessi; vivere in modo giusto e vero e praticare
continuamente la meditazione. Meditare con impegno, non per ottenere
qualche cosa, ma per dimenticare s・ stessi e capire in profondit・la
nullit・di s・e del tutto. Questa ・libert・e verit・ Inoltre, controllare se
quello che ・compreso ・vissuto nella vita di ogni giorno (personalizzazione
dell'esperienza). Vedere nei sentimenti, nei pensieri, nel modo di
incontrare le persone, nel modo di affrontare i problemi, se uno si
・veramente svuotato ed ・libero. La prova della vera comprensione (satori),
・la capacit・di essere una cosa sola con tutte le persone, ・di essere a
proprio agio in ogni situazione. Se non c'・questo, non ci pu・essere la
"Vita Nuova", non ci pu・essere salvezza, ・solamente una spiritualit・fatta
di parole e di idee.
Il mio primo sesshin (ritiro Zen di diversi giorni) con Padre Lassalle a
Shinmeikutsu (la casa di ritiro Zen cattolica, sui monti alla periferia di
Tokyo) fu alla fine di marzo del 1979. Ero gi・abituato da prima a sedere
in meditazione Zen da solo, ma quella era la prima volta che partecipavo a
un sesshin completo di cinque giorni, e non immaginavo come sarebbe stato.
L'amico con cui andai aveva partecipato gi・molte volte a dei sesshin, e mi
disse non era cos・duro. Avrei sentito male alle gambe all'inizio, ma poi
mi sarei abituato.
Con molta fiducia entrai nella casa di ritiro e mi sentii subito a mio
agio col silenzio e l'austerit・di Shinmeikutsu, e pensai che per me
sarebbe stato un buon sesshin .
Mi sedetti un po' nello Zendo (sala di meditazione) da solo per gustarne
l'atmosfera, e poi avemmo un incontro di introduzione e di spiegazione
dettagliata dei giorni del sesshin.
L'orario era piuttosto severo, con davvero molto tempo di meditazione. Non
avevo problemi col silenzio e pensai che sarebbe stata una bella
esperienza lo stare una settimana intera senza parlare. Mi piaceva anche
il cibo giapponese vegetariano e non mi preoccupai pi・di niente.
Il seguente ・l'orario quotidiano del sesshin a Shinmeikutsu. E' anche lo
stesso orario dei sesshin nei monasteri Zen dai tempi antichi:
4:00 Levata
4:20 Zazen (sedere in meditazione zen)
5:00 Messa, Zazen
6:00 Colazione
6:30 Samu (lavoro manuale), interruzione
7:30 Zazen (40 minuti), Kinhin (camminare in meditazione)
8:30 Conferenza sullo Zen
9:30 Zazen, Dokusan (incontro privato col Maestro), Kinhin.
10:30 Zazen
11:00 Pranzo, momento di riposo
1:30 T・ Zazen, Kinhin
2:30 Zazen, Dokusan, Kinhin
3:30 Zazen, Kinhin, preghiera della sera
4:30 Cena
6:30 Zazen, Kinhin
7:30 Zazen, Dokusan, Kinhin
8:30 Zazen
9:00 Ultime istruzioni del maestro, T・/i>
9:30 Riposo
Il primo giorno ci alzammo alle 4:00. In 15 minuti ero pronto ed entrai
nella sala di meditazione, sedetti in posizione aspettando la campana che
d・il segnale d'inizio dello zazen. Nel silenzio profondo nessuno si
muoveva , sembrava perfino che nessuno respirasse. Il suono vibrante dei
tre colpi di gong entr・nei miei orecchi e nel mio cuore profondamente,
conducendomi a un pi・profondo silenzio interiore. Continuai a seguire
mentalmente il respiro e capii che per me stava iniziando una vita nuova.
Finalmente potevo avere un vero addestramento Zen con un buon maestro, una
cosa che desideravo da molto tempo.
Dopo lo zazen ci fu kinhin, la meditazione camminando, poi la Messa. La
colazione fu molto semplice, riso in brodo con un po' di tsukemono, le
salamoie giapponesi. Segu・il samu: lavoro nella casa, pulire la sala di
meditazione, i corridoi, i gabinetti; oppure fuori, pulendo intorno alla
casa, e il giardino.
Una piccola interruzione e di nuovo zazen. 40 minuti erano un po' lunghi e
le mie gambe cominciavano a far male pi・che mi aspettassi ma tentai di
concentrarmi meglio che potevo. Padre Lassalle ci tenne una conferenza
circa il corretto modo di sedere della meditazione Zen, poi di nuovo
zazen, kinhin, zazen fino alle 11:00 quando ci fu il pranzo e poi potemmo
riposare per un paio d'ore. Si dovrebbe essere concentrati continuamente,
anche durante il riposo, ma ruppi il silenzio per parlare del mal di gambe
con l'amico con cui condividevo la stanza. Lui mi rassicur・che il primo
giorno ・sempre duro, ma dal secondo giorno ci si abitua. Nel pomeriggio la
meditazione divenne pi・difficile per il dolore di gambe. Stavo facendo del
mio meglio ma il tempo sembrava cos・lungo, non potevo concentrarmi bene, e
aspettavo solo la fine della seduta. Venne il momento della cena, una
breve interruzione e di nuovo lo zazen. In qualche modo vennero le 9 di
sera e sentii un grande sollievo per aver terminato la giornata. Nelle
ultime istruzioni Padre Lassalle ci consigli・di non allentare mai la
concentrazione, impegnandoci al meglio nello zazen, come se fosse una
questione di vita o di morte.
Il secondo giorno cominciai lo zazen di nuovo con tutta la forza ma
compresi che le gambe ancora facevano male.
La conferenza di Padre Lassalle fu circa l'effetto della meditazione Zen,
e fui colpito e ripresi speranza quando lui parl・di "Joriki", la forza
spirituale che viene dalla meditazione. Qualcosa che migliora le funzioni
di tutto il corpo e allevia anche il dolore. Il pomeriggio sedere in zazen
divenne di nuovo molto difficile. Capii che non stavo migliorando, ma
perdendo coraggio. Non mi stavo concentrando, ma soltanto desideravo
fortemente che la seduta finisse presto. Qualche volta perfino contavo i
miei respiri fino a cinquanta, immaginando che nel frattempo il gong
avrebbe certamente segnalato la fine della seduta. Qualche volta il dolore
era cos・ forte che tutto il mio corpo tremava, e quando mi alzavo alla
fine della seduta non potevo stare in piedi. Cominciavo a dubitare che
avrei potuto finire i cinque giorni di meditazione zen. Alla seduta della
sera le cose peggiorarono. Cominciai a pensare che il giorno seguente,
avrei potuto prendere l'autobus al mattino presto e abbandonare il
sesshin. Forse non ero preparato fisicamente, forse ero troppo stanco,
avrei dovuto fare pi・esercizio fisico prima di andare a un sesshin. Avrei
potuto fare meglio la prossima volta.
Ricordai la fiducia che avevo in me stesso quando cominciai il giorno
prima. Veramente volevo praticare zazen, e spesso dicevo agli amici che lo
zazen era per me. Lo Zazen era il modo per approfondire l'intuizione e
comprendere la Verit・ cos・com'・ Ero sicuro che era il modo di vivere
adatto a me.
Potei vedere che non era una questione di preparazione fisica, ma era come
se dovessi morire a me stesso, non solo nelle idee e i sentimenti, ma
anche con tutto il mio corpo. Stavo mentendo, stavo prendendomi molta cura
del mio caro "Io". Stavo mostrando agli altri un'immagine spirituale di
me, qualcuno a cui piace la meditazione e pu・praticare zazen. Pensavo di
essere "un bravo meditante", come dicono nello Zen. Ma la bugia divenne
chiara a causa del dolore di gambe, la maschera sbriciol・via e mi sentii
pieno di vergogna di me stesso. Se avessi lasciato il sesshin il giorno
seguente, non sarei mai potuto sedere di nuovo, avrei trovato sempre delle
scuse per rimandare la meditazione, o avrei pensato che forse non avevo
bisogno di meditazione zen per niente, e potevo benissimo usare soltanto
la preghiera cristiana stando seduto comodamente. Non erano solo le mie
gambe che stavano facendo male ma tutto me stesso, specialmente il mio
orgoglio.
Sentii che le mie guance erano bagnate. Lacrime calde stavano fluendo
lentamente dai miei occhi e la mia respirazione era eccitata.
Decisi di non andare via. Volevo finire il sesshin. Volevo praticare
zazen, e arrivare all'esperienza di comprendere la Verit・come facevano i
maestri Zen. Pensai ai martiri cristiani al tempo delle persecuzioni, o ai
prigionieri politici in alcuni paesi che sopportano le torture per i loro
ideali e che anch'io potevo sopportare un po' di dolore di gambe. Il
giorno seguente quando ebbi la prima opportunit・ di incontrare Padre
Lassalle privatamente, gli dissi sinceramente che non riuscivo pi・a
sopportare il dolore di gambe ma che volevo continuare fino alla fine. Lui
mi disse che potevo sedere da solo nella stanza piccola fuori dalla sala
di meditazione, cos・avrei potuto muovere le gambe quando il dolore era
troppo forte e non avrei disturbato gli altri. Feci quanto mi disse, ma
con un forte sentimento di fallimento vedendo gli altri sedere silenziosi
nella sala.
Il quarto giorno non potevo sedere cinque minuti senza muovermi, e fui
consigliato di sedere con le gambe diritte in gi・lungo il rialzo del posto
di meditazione. Il quinto giorno anche la mia spina dorsale cominci・a far
male, ma non dissi pi・niente. Alla fine dell'ultima seduta della sera
qualcuno colp・l’asse di legno fuori della sala di meditazione per segnare
la fine del sesshin. Prima lentamente, poi pi・veloce con ritmo crescente,
come il suono di una biglia di vetro che cade sul pavimento. I cinque
giorni trascorsi mi erano sembrati degli anni e quel suono mi parve un
sollievo molto grande, sebbene sentissi che mi stava invitando ad altri
sesshin e a un addestramento pi・lungo.
Quando il sesshin era finito dissi a Padre Lassalle che era stata una
grande esperienza per me; era come se fossi morto a me stesso, o a quello
che credevo di essere. Lui rise e mi disse che nessuno ・mai morto per
essere stato seduto in meditazione, che il mio impegno deciso verso la
meditazione zen era una buona cosa ma era solo met・della Via, l'altra
met・consisteva nel continuare la meditazione per tutta la vita.
Dopo quella volta presi di nuovo parte a molti sesshin. Questi non furono
cos・dolorosi come il primo; poco per volta mi stavo abituando. Non era il
dolore alle gambe che diminuiva ma la determinazione che era aumentata con
la pratica. Qualche volta potevo sedere realmente in concentrazione
profonda e sentirmi a mio agio, ma qualche volta non riuscivo a
concentrarmi, preoccupato di diverse cose. La pratica Zen ・ lenta e
richiede lungo tempo, richiede tutta la vita.
Dopo cinque anni ebbi il forte desiderio di approfondire la concentrazione
e l'intuizione, dedicando pi・tempo alla meditazione, sotto la guida di un
maestro. Potei ottenere un anno libero da impegni parrocchiali e seguire
la guida del maestro Yamada Ko-un di Kamakura, a cui fui presentato da
Padre Lassalle. Andai a vivere a Kamakura affittando una stanza e ogni
sera dalle 6:30 alle 9:00 frequentavo il San-Un Zendo dove insieme con 20
o 30 altre persone potevo sedere in meditazione e avere quasi ogni sera
l'incontro privato col maestro Yamada. Avevamo ritiri zen due volte al
mese per tutta la domenica e ogni circa due mesi avevamo sesshin di 4
giorni o 5 giorni.
Il maestro Yamada mi accett・come discepolo il 21 Gennaio 1984. Il suo
insegnamento negli incontri privati con me cominci・col primo caso del
Mumonkan: "Il cane di Jo-shu" .
"Quando pratichi meditazione, ripeti mentalmente "Mu"( il Nulla) a ogni
respiro; non cercare altro se non di divenire una cosa sola con il Mu. Non
pensare quando mediti, ma solo ripeti mentalmente "Mu, Mu Mu", e la
prossima volta portami la risposta. Che cosa ・il Mu?
Feci quanto mi disse. Ripetevo continuamente Mu quando meditavo; qualche
volta mentre viaggiavo in treno, e ogni qualvolta potevo riposare la mente
prima di dormire, stavo ripetendo mentalmente Mu. Ma ogni volta che
incontravo il maestro Yamada nell’incontro privato, le mie risposte erano
soltanto idee e pensieri circa il Mu. Ogni tentativo era rifiutato e non
sapevo pi・che cosa rispondere.
"Non ti ho detto di pensare al Mu, soltanto di portarmelo. Se tu realmente
divieni uno con il Mu dovresti capirlo. Ripeti Mu quando respiri, a ogni
respiro, non perderlo mai. Se hai distrazioni, ogni volta torna indietro
al Mu, torna sempre indietro al Mu, ripeti Mu soltanto come uno stupido,
per sempre. Non preoccuparti del significato del Mu. Non ・filosofia, non
・teologia, Mu ・solamente Mu."
Qualche volta non sapevo come rispondere, e dicevo "sto ancora cercando il
Mu." Lui era tagliente nel rispondere:
"Non devi cercare il Mu, il Mu cerca se stesso. Questo ・il Mu"
e guardandomi fisso disse con respiri profondi:
"Mu, Mu, Mu. Tu devi dimenticare te stesso e soltanto ripetere Mu,
all'infinito. La pratica del Mu ・senza fine. Devi fonderti nel Mu. I tuoi
sono solo pensieri, non ・il Mu. Impegnati di pi・ impegnati di pi・ Non
c'・l’Io, non c'・il pensare, c'・solamente il Mu.
Ricorda quanto disse il maestro Harada: Il Mu sta muificando il Mu."
Quasi ogni volta che incontravo il maestro era la stessa cosa. Cominciai
ad avere paura di lui. Stavo facendo del mio meglio, almeno nella mia
intenzione.
Ad Aprile un giorno dissi al maestro Yamada che avevo cominciato a
frequentare dei corsi sul Buddismo all'universit・Komazawa di Tokyo,
pensando che lui sarebbe stato contento. Ma la sua reazione fu
inaspettata. Mi grid・ all'improvviso:
"Io non ti dissi di studiare, ti dissi solo di ripetere Mu tutto il
giorno. Mu non pu・essere capito studiando. Devi dimenticare tutto te
stesso ed essere una cosa sola col Mu."
Tentai di spiegare che lo studio non era per capire il Mu, ma soltanto per
passare meglio il mio tempo libero. Ma lui fu molto severo.
"Smetti di studiare, e pratica con impegno! Oppure vai via. Se non hai
fiducia in me, vai dove vuoi, ma non darmi pi・fastidio. Sono occupato con
molte persone che vogliono realmente praticare."
Fui scosso da quella reazione e capii come la pratica del Mu doveva essere
seria. Sebbene non potessi smettere la scuola, mi promisi di fare
veramente tutto per poter mostrare il Mu al maestro, e praticai con
pi・impegno, dedicando pi・tempo alla meditazione. Dalla sua parte, lui non
mi chiese pi・dello studio, e continu・a guidarmi con tutto il cuore.
Una volta mi disse:
"Tu stai praticando con molto impegno, ma questo non ・abbastanza. Devi
praticare e meditare come se dovessi morire."
Non potei dimenticare queste parole. A poco a poco capii che non era
questione con quanto impegno facevo, ma una questione di non fare, non di
cercare di ottenere qualcosa, ma di lasciare andare ogni cosa, era
questione di morire. Non pensare, non desiderare, non desiderare nemmeno
di capire il Mu. Cominciai a meditare come un morto. Ogni volta che sedevo
in meditazione, ripetevo solamente Mu, immaginando che era la mia ultima
seduta, che la mia vita finiva, che non avevo un futuro di cui
preoccuparmi, che era l'unica opportunit・che avrei avuto in tutta
l'eternit・ Senza pensare, senza tentare di dare risposte intelligenti al
maestro, dicevo solo "non capisco", o soltanto ascoltavo lui e mi
inchinavo in silenzio.
Col tempo ero come posseduto dal Mu, sentivo che la parola Mu detta a ogni
respiro stava divenendo come una spina dorsale in me, era come un ruscello
che scorreva dentro di me tutto il tempo.
La mia coscienza era molto chiara, ero molto calmo e il tempo della
meditazione passava in fretta.
Alcune parole sentite durante il sesshin alla sera, quando il supervisore
batte l'asse di legno all'ingresso della sala, col ritmo crescente tipico
che segna la fine di ogni giorno, aiut・grandemente la mia concentrazione.
"Vi dico in tutta sincerit・
Vita e Morte sono una questione importante,
Esse sono fugaci e rapidamente passano via,
ciascuno di voi sia ben sveglio e allontani le illusioni,
sia accurato, e non si comporti secondo il proprio modo di vedere".
Seppi pi・tardi che queste parole sono scritte sull'asse di legno
all'ingresso della sala di meditazione, secondo le regole del maestro
cinese O-baku (850), e gridate ogni sera durante il sesshin per
incoraggiare gli studenti a praticare sinceramente.
Il Maestro Yamada osservava attentamente la mia pratica. Un giorno in
Giugno mi disse durante l'incontro privato che il Mu era vicino, a portata
di mano. Si alz・in piedi improvvisamente di fronte a me e disse: "Guarda
bene qui, questo ・il Mu!" Compresi che lui realmente era una cosa sola con
il Mu, potevo vederlo chiaramente, e desideravo di poter dire lo stesso
anch'io.
Durante il sesshin alla fine di Luglio, mentre sedevo meditando come al
solito come se fossi morto, rinunciando a tutto, nemmeno pensando pi・a
comprendere, pronto anche ad accettare di essere mandato via dallo Zendo
se il maestro Yamada non fosse stato soddisfatto di me, ebbi un'esperienza
strana. Il supervisore durante il kinhin mi disse di andare all'incontro
col maestro. Congiunsi le mie mani e fatto l'inchino, lasciai la fila per
andare alla stanza del maestro. Notai per・che non avevo il cartellino del
mio nome, e andai indietro alcuni passi a prenderlo dalla mensola.
Improvvisamente, in un istante compresi quanto ero stupido nel cercare il
Mu, il Mu ero io, Io non ero nulla se non un cartellino con un nome.
Quello che sempre credevo di essere, il mio Ego, non era nulla se non un
cartellino attaccato a un corpo che va in giro, mangia, lavora, dorme e fa
diverse cose.
Quando dissi al maestro che il Mu ero io, e gli dissi la storia del
cartellino del nome, lui mi fece delle domande per esaminare se stessi
dicendo la verit・ e mi disse di tornare al mio posto e meditare
pi・profondamente. Sedetti di nuovo ma non potevo stare tranquillo. Mi
sentivo molto eccitato, il mio corpo stava tremando, sudavo, e avevo
strani sentimenti, come sogni. Era come se qualcosa dentro di me si stava
gonfiando e spingeva forte, il mio corpo si stava tagliando e stava
aprendosi in fuori. Una specie di nebbia avvolgeva tutte le cose intorno,
il mio corpo stava sbriciolandosi a pezzi e scomparve, tutte le cose
intorno erano come gusci d'uovo che si aprivano, erano vuoti e si
rompevano a pezzi. Era come un sogno che mostrava il vuoto di tutte le
cose.
In ogni modo la meditazione era pi・importante e divenni quieto e continuai
a ripetere Mu. Ero molto felice, e ogni persona, ogni oggetto intorno a
me, sebbene quieto e zitto, era come sveglio e vivo. Tutto era
cos・naturale e perfino i suoni e i rumori che prima disturbavano la
meditazione, ora mi riempiva di gioia.
Il maestro Yamada pi・tardi mi disse:
"Tu hai aperto un piccolo buco nella realt・ e ora puoi cominciare a
meditare e praticare per tutta la vita. La realt・・come un grande palazzo.
Tu hai solo guardato dentro attraverso un piccolo buco nel muro di cinta.
Ora devi andare alla porta d'ingresso, devi aprirla ed entrare nelle
stanze, facendo della stanza pi・interna la tua abitazione permanente.
Continua a sedere in meditazione ogni giorno."
Per un altro mezzo anno ricevetti quasi ogni giorno la guida del maestro
Yamada, poi ritornai al lavoro della parrocchia, e lo vidi soltanto alcune
volte all'anno quando era in vita.
Sto ancora cercando un buon maestro, e nel frattempo il mio nuovo Zendo
・la vita di ogni giorno. Ogni persona che incontro o con cui lavoro ogni
giorno, tutto quanto accade nella mia vita sta mostrando il grado del mio
morire all'Ego. Affetti e antipatie, essere feriti da situazioni
sgradevoli, o essere ottusi al bisogno degli altri, tutto questo ・il
termometro della forza dell'Ego.
Personalizzare l'esperienza, morire la Grande Morte e ritornare in vita,
alla Grande Vita ・un addestramento di lunga durata. Tra gli inganni di
ogni giorno, la Vita Grande ed Eterna sta mostrando la sua faccia.
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